EXHIBITION di Jean-François Davy (1975)

Confessione di una donna…

 

Nel 1975 si svolge a Parigi la prima (e unica) edizione del Festival del Cinema Pornografico, in cui Claudine Beccarie viene incoronata come miglior attrice per le sue performance in Penetration di Lasse Braun (Alberto Ferro) e soprattutto Exhibition di Jean-François Davy. L’attrice, rappresenta per il cinema hard francese, ciò che Linda Lovelace è stata per quello statunitense, diventando autentica musa di un gruppo di autori non allineati racchiusi dentro una sorta di manifesto ideologico post-Nouvelle Vague e denominati “Les Pornocrates”. Claudine Beccarie è nata il 19 Giugno 1945 a Cretti, una piccola località transalpina. Nonostante sia stata negli anni ’70 la diva indiscussa del cinema hard-core francese, le notizie sulla sua vita sono scarse e contraddittorie. Si vocifera che prima di entrare nel mondo del cinema, facesse la prostituta a Marsiglia, e che più tardi gestisse un pub a Grenoble in cui si esibiva come entreneuse. Nonostante sia stata pubblicamente chiacchierata, per essere stata colei che per prima ha travalicato le barriere del soft-core in stile Emmanuelle (1974) di Just Jaeckin, e per alcune sue dichiarazioni scandalose, l’autoritratto che di lei esce da Exhibition, contraddice in gran parte quanto su di lei detto in precedenza. La donna è stata ballerina, modella fotografica, prima di diventare attrice (la Beccarie sostiene di aver preso parte durante il suo periodo spagnolo ad una serie di film comici di cui però non si ha traccia), e una volta tornata in Francia è diventata la musa ispiratrice di quel milieu cultural-cinematografico formatosi dopo la stagione della Nouvelle Vague. Jean-Marie Pallardy, Alain Payet, José Benazeraf e Jean-François Davy, intraprendono un percorso di sperimentazione attraverso il cinema pornografico in cui intravedono enormi potenzialità innovative legate sia all’aspetto narrativo che a quello filmico.

Il cinema de “Les Pornocrates”, in Francia viene definito “Porno-chic” e ruota quasi interamente attorno ad una triade di attrici: Claudine Beccarie, Brigitte Lahaie e Sylvia Bourdon, la cui attività diventa vero e proprio fenomeno di costume (secondo le statistiche ufficiali del tempo, in Francia, i fruitori del cinema pornografico sono oltre ventiquattro milioni). La stessa Beccarie, con un misto di ingenuità e spavalderia dichiara a proposito di questo pubblico di massa: “Mi piacerebbe che il pubblico ritrovasse il gusti di un certo romanticismo. La pornografia e l’amore! Si dimentica troppo facilmente che non si tratta di orgia. Quella è ciò che chiamo la bassa pornografia. Quelle cose schifose che non hanno nulla a che vedere con la vera pornografia”. (L’Organe numero 1, Settembre 1975). All’apparenza dunque, “Les Pornocrates” hanno un pubblico sterminato pronto a seguirli nel loro percorso, anche perchè durante quello stesso anno, il governo Giscard D’Estaing liberalizza la pornografia, consentendo al cinema hard di convivere accanto a quello ufficiale, al punto che non sono pochi i registi che attraversano la barriera (tra i quali Jaen Rollin, Françis Leroi e persino il vecchio e stimato Paul Vecchiali).

Il termometro che misura questa febbre è il Festival di Cannes del Maggio 1975 in cui Sensations di Lasse Braun, viene proiettato trionfalmente per sette sere consecutive, mentre Exhibition fruisce di un passaggio nella prestigiosa sezione “Perspectives Cinéma Française” e viene acclamato tanto dal pubblico quanto dalla critica. In poco tempo, il porno, quindi, entra direttamente nella distribuzione nazionale, sia con prodotti autoctoni che di importazione. Exhibition, nelle prime diciannove settimane di proiezione a Parigi incassa la ragguardevole cifra di 10.278.837 franchi. Questa atmosfera libertaria, “folle” ed eccessiva, si chiude definitivamente solo un anno dopo, quando sulla spinta di associazioni di ispirazione cattolica, rappresentanti politici di ambo le parti e una campagna stampa martellante e ossessiva, il 14 Gennaio 1976 viene emanata un’ordinanza ministeriale che deporta i film porno nelle sale specializzate, mentre nell’Ottobre dello stesso anno la “Legge X” ghettizza definitivamente il porno, rinchiudendolo (nuovamente) nella semi-clandestintà.

Exhibition è un intreccio abilmente montato in cui una lunga intervista a Claudine Beccarie, riprodotta come una specie di autoanalisi in cui l’attrice rivendica da un lato la sua emancipazione e quindi la consapevole disponibilità del proprio corpo, e dall’altro racconta le pagine più oscure e controverse della sua esistenza. La struttura ad incastro alterna ad ampi passaggi verbosi e dialogati, sia scene hard girate apposta per il film sia inserti provenienti dal film Les Jouisseuses (1973) di Lucien Hustaix

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Exhibition rappresenta un tentativo (in parte riuscito) di raccontare tanto il lato godereccio quanto quello disturbante della pornografia. Il film oggi, va visto lontano da quell’ottica rivoluzionaria e politicamente schierata in cui è stato concepito, e analizzato non solo come documento imprescindibile di un’epoca ma anche come un esperimento cinematografico innovativo capace di racchiudere e amalgamare al suo interno peculiarità diverse e lontanissime: l’educational, il “cinema veritè”, il documentario e la Nouvelle Vague, convivono in un prodotto che, anche filmicamente, risulta studiato e pensato con perizia, e finalizzato a sviscerare un mondo (quello del cinema hard) allora occulto e controverso. Davy ne svela contraddizioni e falsità, piacere e mercimonio, dolore e compiacimento, mantenendo costantemente un’aura di ambiguità che permette al film di essere apprezzato tutt’oggi. L’operazione regge il peso degli anni perchè è costruita attorno ad un assioma ben preciso: l’intrecciarsi tra il racconto della vita della diva con le immagini mostranti la sua professione, è imperniato attorno ad una proporzionalità secondo cui man mano che l’analisi psico-esistenziale avanza (fino allo straziante finale), la pornografia delle immagini scompare, occultata dalla forza dirompente del primo piano di Claudine Beccarie che tra le lacrime confessa al pubblico (lo sguardo è diretto in macchina) la violenza carnale subita da adolescente ad opera dello zio.

Exhibition dunque non è solo un film pornografico (di cui tra l’altro mantiene tutte le caratteristiche e peculiarità), ma è anche una docu-fiction sperimentale costruita attorno al concetto di montaggio discontinuo in cui l’interazione tra realtà e finzione è totale e programmatica. Sin dalla prima scena, quella nella sala montaggio, aperta dal “Ciak” del film, si ha l’impressione di essere di fronte alla “rivelazione” del cinema, quando invece, essendo in sala montaggio, si è di fronte alla “manipolazione” del cinema. L’intento meta-cinematografico è dunque solamente apparente visto che di fronte alla moviola ci sono Christel Micha (la montatrice), Jean-François Davy (il regista) e Claudine Beccarie (l’attrice), la cui presenza certifica la post-produzione di un film (lo stesso) che in realtà lo spettatore sta già vedendo. Di quanto sia fondamentale il montaggio nell’economia del film, e di quanto questa operazione sia rivelatrice della produzione di senso (attraverso la continuità delle immagini) e del coinvolgimento empatico dello spettatore (attraverso l’associazione delle immagini), è la stessa Claudine Beccarie a darne conferma quando di fronte al passaggio di un suo primo piano sequenziale alle immagini di un amplesso, interrompe la montatrice e afferma: “Un momento, vedi, un attimo fa c’è stato un’inquadratura del viso che mi ha dato fastidio. Vedere quell’espressione dopo tutti quei dettagli sessuali mi è sembrato molto strano. Mi ha dato fastidio vederla montata così”. Incalzato sull’argomento, il regista le chiede: “Tu vuoi dire l’alternanza tra i dettagli di nudo e il tuo primo piano. È così?”.

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L’apparente ipocrisia contenuta nell’affermazione della Beccarie, la quale nei film hard è per forza di cose prima corpo (anzi dettaglio sessuale) che volto, è istantaneamente contraddetta dalla scena successiva in cui è la stessa attrice a dirigere la scena di un amplesso lesbico ipotizzando la presenza della macchina da presa per restituire la migliore inquadratura (m.d.p. che in effetti c’è, ma trattandosi di una scena insertata proveniente da un altro film, non è quella di Davy). Non a caso, la lunga sequenza iniziale che alterna le immagini della sala montaggio, quelle delle riprese in presa diretta di un’orgia lesbica, e quelle della scena insertata, si chiude con le parole della stessa Beccarie che dice: “Ora che è montato ho capito che gli puoi dare qualunque senso”, ed è lo stesso Davy a chiosare: “Hai capito una cosa fondamentale, che si può far credere alla gente quello che si vuole, basta manipolare le scene”.

Data l’epoca in cui il film è girato, quello del regista è un evidente richiamo critico alla “politica del cinema”, secondo cui anche il cinema hard è una forma di manipolazione costruita sull’asse spazio-tempo e in cui la “normalità” è bandita in cambio di un’esasperazione dei contenuti e degli atti. Nell’ottica di Davy, quest’aspetto è subito confermato dal dialogo successivo in cui Hellen e Claudine, raccontano la loro disillusione verso le modalità di proposizione del cinema pornografico in cui tutto è finalizzato a destrutturare la normalità e il mistero dell’erotismo in funzione di un’esaltazione degli aspetti più perversi e deteriori della sessualità. La scena più interessante di Exhibition è comunque quella girata di fronte all’ingresso di un cinema in cui si proiettano film pornografici, e che è montata da Jean-François Davy alternando le riprese delle interviste agli spettatori, con il rapporto saffico tra Claudine e Mandarina. L’intento di questo montaggio parallelo è finalizzato a mostrare la falsità della messa in scena in relazione alla durata oltremisura degli atti sessuali. La dilatazione temporale infatti qui coincide con la confusione ingenerata nel pubblico dal connubio realtà-finzione.

La Claudine Beccarie nuda sui manifesti del cinema, non viene riconosciuta dagli intervistati come la Claudine Beccarie in carne e ossa che in quel momento gli pone le domande: uno di loro dubita addirittura che si tratti della stessa persona. Quello che interessa al regista è da un lato riconfermare come ci sia un pubblico vasto ed eterogeneo interessato alla pornografia e dall’altro raccontare al pubblico quanto l’attrazione indotta da essa sia il frutto di una manipolazione artificiale e indotta. In coerenza con quest’aspetto, la scena si chiude con la conclusione del rapporto lesbico e con le parole di Claudine che afferma con amarezza “Allora bisogna fare a meno dei sentimenti, possiamo dare solo l’impressione dei sentimenti”.

Le ampie sequenze introspettive, si svolgono in luoghi diversi: a casa della madre, nell’attuale appartamento di Claudine, all’interno di un parco e ai margini di un set cinematografico. L’introspezione avviene sotto forma di analisi psicologica in cui Jean-François Davy assume la dimensione astratta dell’istanza narrante (nella scena a casa della madre così come in quella a casa di Claudine egli è sempre fuori campo e la sua presenza è dettata dalla voce-off che pone domande), con l’intento di costruire un’auto-confessione in cui l’attrice metta a nudo esistenzialmente se stessa. L’obiettivo del regista è quello di mostrare al pubblico di quanto possa essere labile il limite tra pornografia tout-court e pornografia esistenziale. Il tono del racconto di Claudine Beccarie è sempre malinconico, sincero, ricolmo di rimpianti e tristezza, mentre le immagini ne tracciano la complessità: ne viene fuori un ritratto a 360° in cui emerge l’intelligenza di una personalità sfuggente e affascinante. Se da un lato infatti c’è una reiterata volontà da parte dell’attrice di essere chiamata a fare del cinema “normale”, dall’ altro, in lei, c’è anche la rabbia per l’ipocrisia diffusa intorno all’ambiente. Non a caso quando il regista le pone domande sui cachè richiesti è lei stessa a svelare l’ipocrisia del divismo: “Se si tratta di fare la controfigura ad un’altra attrice magari famosa, allora lì aumento la tariffa. Perchè non mi sta bene che di certe attrici che stanno su tutti i giornali si dica che sono fatte bene quando invece il culo è mio”. Mentre Claudine racconta la sofferenza per non aver avuto un fratello maggiore, per non aver vissuto l’adolescenza a causa dell’aver trascorso il periodo dai quattordici a diciotto anni chiusa in riformatorio, contemporaneamente descrive la sua abitazione come “quella camera da ragazza che non ho mai avuto” e quando, incalzata dal regista che vuole un’opinione su Deep Throath (Gola Profonda, 1972) di Gerard Damiano, afferma sdegnata e infastidita: “Non mi piace fare dei film per gente malata. Il sesso è bello ma il sesso deformato mi disgusta”.

Nella seconda parte del film, Jean-François Davy affronta seriamente e con efficacia il tema tabù dell’orgasmo femminile. Con un certo compiacimento, costruisce un piano-sequenza di dieci minuti in cui Claudine Beccarie si masturba in presa diretta, mentre lo zoom a stringere ed allargare della macchina da presa fissa, indaga il suo corpo alla ricerca dell’intensità del piacere. Quello di Davy è un tentativo alla Gerard Damiano di svelare l’essenza dell’orgasmo femminile, in cui il realismo della messa in scena, l’esasperazione del sonoro, e una musica fatta di suoni e stridii tentano di ricostruire (cinematograficamente), la dimensione dell’orgasmo attraverso l’astrazione. Al termine della sua performance Claudine Beccarie, volge lo sguardo verso la macchina da presa e confessa di aver conosciuto l’orgasmo clitorideo solo a ventitrè anni e quello vaginale all’età di ventotto anni. Il monologo dell’attrice è serissimo ed è ripreso come un “educational” attraverso cui mettere a conoscenza il pubblico di un argomento intimo e proibito, ed è aperto dalla domanda programmatica di Davy: “Claudine, tu hai cercato di procurarti un piacere reale?”.

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La crudezza e il realismo della messa in scena di questo piano-sequenza stridono fortemente con le altre scene di amplessi e di orge mostrati nel film, in cui è subito evidente la dimensione filmica e pornografica attraverso la dilatazione della durata e l’artificiosità delle posizioni assunte. La discrasia, è la stessa che si ritrova nel finale del film, in cui si alternano immagini di quotidianità (girate con taglio amatoriale) tra Claudine, la madre, la sorella Nicole e il fidanzato Didier all’interno di un giardino, con quelle di un set pornografico, mentre il dialogo in voce-off di Claudine assume i toni di una confessione estrema e lancinante: quella del racconto dello stupro subito da parte dello zio all’età di quattordici anni e del successivo tentativo di violenza sessuale ad opera di un poliziotto. Nonostante vittima della violenza, è lei a non essere creduta e a essere rinchiusa in riformatorio. Il racconto della violenza si chiude tra le lacrime dell’attrice, che senza essere mostrata confessa il suo tentativo di suicidio. Nonostante si sia assistito ad un film pornografico, il finale restituisce un senso di amarezza e di impotenza in grado di riposizionare le priorità, è ciò che rimane nella mente dello spettatore è il primo piano flou del volto sinceramente sofferente e rigato dalle lacrime di Claudine Beccarie: Jean-François Davy infatti, dopo aver “spogliato” l’attrice (non fisicamente ma psicologicamente), ha messo in secondo piano l’esposizione e la rappresentazione dell’atto sessuale, attuando una logica (anche politica) secondo cui la realtà della parola è molto più dirompente della finzione delle immagini. Exhibition, in definitiva, interroga lo spettatore sul ruolo che egli assume di fronte al grande schermo e si chiede, provocatoriamente, se sia una vittima o un carnefice…

 di Fabrizio Fogliato

 

 

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